Gas flaring e Delta del Niger – Un disastro ambientale e umanitario dimenticato

Gas Flaring

Il gas flaring consiste nel bruciare a cielo aperto il gas naturale espulso dal sottosuolo come sottoprodotto del processo di estrazione del greggio. Comunemente utilizzata dalle compagnie petrolifere per ridurre al minimo i costi di estrazione, tale pratica è stata definita inaccettabile in tutto il mondo occidentale e soluzioni tecnologiche per ridurne al minimo l’applicazione sono state messe in atto (oggi, in Europa occidentale il 99% del gas come sottoprodotto dell’estrazione di greggio viene utilizzato o reimmesso nel sottosuolo).

In Nigeria il gas flaring è illegale dal 1984 e tuttavia, le compagnie petrolifere operanti nella regione (e in particolare nel Delta del Niger) continuano a praticarlo.
Il mancato sfruttamento del gas estratto provoca un danno finanziario alla Nigeria stimato in oltre 10 miliardi di US$ ogni anno, in un Paese in cui il 66% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, senza contare i danni ambientali e sociali per le comunità residenti sul territorio e spesso a ridosso dei pozzi.

I sottoprodotti della combustione del gas includono ossidi di azoto, ossidi di zolfo, derivati cancerogeni del benzene e diossine.
clicca qui per vedere dove la pratica assurda del gas flaring viene perpetuata: http://www.youtube.com/watch?v=miOJ86B4xe8

Roma 1 Luglio 2010
Si è tenuta oggi la conferenza stampa degli Amici della Terra sulla pratica del gas flaring nel Delta del Niger. Insieme agli sversamenti di petrolio, il gas flaring contribuisce a quel disastro ambientale e sociale di enormi proporzioni che si protrae da anni nel delta del Niger, nell’indifferenza dell’opinione pubblica mondiale.

Oltre a Rosa Filippini, presidente di Amici della Terra – Italia, a Christine Weise, Presidente della sezione italiana di Amnesty International e ad Elena Gerebizza, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, nella conferenza stampa è intervenuto Nnimmo Bassey, fondatore di Environmental Right Action Nigeria e Presidente di Friends of the Earth International, nominato dal Time “Hero of the Environment 2009” per il suo ruolo attivo nel denunciare le violazioni dei diritti umani e ambientali da parte delle compagnie petrolifere nel Delta del Niger.

Con 606 pozzi petroliferi attivi, che forniscono il 40% del greggio importato dagli Stati Uniti, la Nigeria dovrebbe essere un paese molto ricco. Invece, dopo circa 50 anni di estrazioni, che nel 2009 sono arrivate a contribuire all’80% del PIL, lo sviluppo nigeriano non decolla, la corruzione dilaga, i governi non sono in grado di garantire alcun livello di sicurezza sociale, la protesta è spesso sfociata in guerriglia e il Delta del Niger versa in uno stato di gravissimo degrado. A causa degli sversamenti di petrolio e della pratica del gas flaring, l’aria, le acque e il suolo sono gravemente inquinati e l’economia delle comunità rurali, dei pescatori e degli allevatori è compromessa. L’aspettativa di vita di queste comunità è peggiorata nelle ultime due generazioni e arriva a poco più di 40 anni, il tasso di povertà è sensibilmente aumentato.

Quanto alle dimensioni ambientali del problema, Nnimmo Bassey, Presidente dei Friends of the Earth International, ha affermato: “Il governo nigeriano ha documentato 6.817 sversamenti di petrolio nel periodo tra il 1976 ed il 2001 -quasi  uno al giorno per 25 anni- ma gli analisti sostengono che il numero reale possa essere anche dieci volte maggiore (National Geographic, Febbraio 2007). Un rapporto del 2007, condotto da studiosi nigeriani e dal World Conservation Union, valuta che nel Delta del Niger, negli ultimi 50 anni, sono stati sversati 1,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa 50 volte lo sversamento della Exxon Valdez, ovvero una quantità equivalente a quella dispersa dalla piattaforma della BP nelle acque del Messico fino a questo momento. A ciò si aggiunge la pratica del gas flaring -ha proseguito Bassey- che provoca il rilascio in atmosfera di un cocktail di sostanze tossiche che sono all’origine di casi di bronchiti, asma, attacchi di cuore, leucemia e altri tipi di cancro. Inoltre, il gas flaring provoca il fenomeno delle piogge acide, attraverso la combinazione di ossidi azotati e solforosi col vapore acqueo presente nell’atmosfera”. Le piogge acide influenzano la produttività agricola e accelerano la corrosione e l’arrugginimento delle coperture metalliche delle abitazioni utilizzate dalle comunità locali”. “Circa 24 miliardi di metri cubi di gas naturale – ha concluso Bassey- sono bruciati in torcia ogni anno in Nigeria, pari al 12,5% dei gas bruciati in torcia in tutto il mondo. Questo significa una perdita di entrate per oltre 2,5 miliardi di dollari”.

“I due problemi sono collegati e derivano entrambi da modalità di gestione dei pozzi petroliferi che non è nemmeno immaginabile nei paesi occidentali e resta sconosciuta all’opinione pubblica. Tanto è vero che la stampa mondiale segue giorno per giorno le conseguenze dell’incidente del Golfo del Messico ma ignora il disastro quotidiano della Nigeria. – ha detto Rosa Filippini, Presidente degli Amici della Terra – Italia.”

Il gas flaring è una pratica inefficiente e inquinante di molte compagnie petrolifere, che perdura a oggi in 20 paesi del mondo e che contribuisce in modo rilevante sul riscaldamento globale senza che il negoziato internazionale sul clima sia mai riuscito a introdurre norme vincolanti per il suo abbandono. In particolare, il gas flaring rappresenta uno spreco di risorse paradossale in un paese come la Nigeria, dove la grande maggioranza della popolazione non ha accesso ad alcuna forma di energia. Secondo la Banca mondiale, nel mondo si stimano 140 miliardi di metri cubi di gas naturale bruciato in torcia nel 2008, di cui circa 15 miliardi nella sola Nigeria. Stime non ufficiali parlano addirittura di un aumento, invece che di un progressivo abbandono di questa pratica: 170 miliardi di metri cubi al 2010. Queste quantità corrispondono a circa il 30% del fabbisogno annuale di gas dell’Europa.

Per quanto riguarda gli effetti ambientali, facendo riferimento ai dati globali del 2008, dal gas flaring derivano circa 280 milioni di tonnellate di CO2 in atmosfera (50 milioni nella sola Nigeria). Conteggiando anche il metano liberato in atmosfera senza combustione (gas venting), l’impatto è enormemente maggiore, con una stima complessiva di circa 400 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, ovvero poco meno della metà degli obiettivi complessivi del protocollo di Kyoto di riduzione dei gas serra da parte dei paesi industrializzati nel periodo 2008-2012 rispetto ai livelli del 1990.

“I danni ambientali provocati dall’industria petrolifera hanno un grave impatto sui diritti umani della popolazione del Delta del Niger, ha dichiarato Christine Weise, Presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. L’inquinamento determina violazioni di numerosi diritti tra cui quelli alla salute, a un ambiente sano, a un adeguato standard di vita (nel quale sono inclusi il diritto al cibo e all’acqua) e a guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro. Le persone colpite sono centinaia di migliaia, in particolare i più poveri e coloro che dipendono dai mezzi di sussistenza tradizionali, come la pesca e l’agricoltura. Amnesty International e altri organismi di monitoraggio sui diritti umani continuano a denunciare il degrado ambientale come fattore che causa violazioni dei diritti umani, chiamando in causa le responsabilità non solo dei governi a partire da quello nigeriano, ma anche delle aziende coinvolte inclusa l’italiana Eni”.

“E’ inconcepibile -ha dichiarato Elena Gerebizza, Development Finance Campaigner della Campagna per la riforma della Banca Mondiale– che mentre nelle diverse sedi internazionali, non ultimo il G20 dei giorni scorsi, i governi discutono di come affrontare i cambiamenti climatici, le compagnie petrolifere continuino a bruciare ogni anno milioni di tonnellate di gas a cielo aperto nei Paesi più poveri. E’ chiaro che le iniziative volontarie per la riduzione del gas flaring, come anche le soluzioni di mercato come quelle proposte dal CDM non hanno portato ai risultati attesi, ma hanno favorito le stesse compagnie attive nel Delta, come l’italiana ENI, che hanno addirittura ottenuto finanziamenti pubblici per smettere una pratica illegale secondo la legge nigeriana. Serve una legislazione internazionale stringente, che metta la pratica fuori legge”.

Per ulteriori informazioni
Amici della Terra Italia
Tel. 06 68 68 289
Max Bienatli comunicazione@amicidellaterra.it
Valter Baldassarri valterb@amicidellaterra.it

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